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22 Maggio 2025
Ti scrivo per una consulenza, o forse no.
1 Luglio 2025Perché nella riabilitazione, nel parto, nella sessualità e nel dolore pelvico, l’informazione è solo il primo passo. Serve anche sentire.
Basta una connessione internet e pochi secondi per sapere tutto: come si svolge un parto, cosa succede durante un rapporto sessuale, cosa aspettarsi da un intervento o da un percorso di riabilitazione. Siamo esposti a dati, video, corsi, post, podcast, checklist e infografiche.
Ma poi succede qualcosa.
Una paziente arriva in studio e dice: “Mi hanno spiegato tutto, ma non ci ho capito niente. Mi sento solo confusa.”
Un’altra ti guarda negli occhi e sussurra: “Lo so che non dovrei avere paura. Ma il mio corpo si blocca.”
E tu capisci che conoscere non basta.
Il punto cieco dell’informazione
Abbiamo imparato a dare un valore assoluto al sapere razionale. Pensiamo che più conosciamo, più siamo pronte. Ma il corpo ha una sua lingua, più antica. E se quella lingua non viene coinvolta, la conoscenza rimane solo una teoria, sterile e distante.
Possiamo sapere tutto sulle fasi del parto, sulle tecniche di respirazione, sulle statistiche dell’epidurale. Ma se dentro non c’è spazio per sentire come questa informazione ci risuona, quella conoscenza non ci prepara. Ci confonde. Ci irrigidisce. Ci allontana da noi.
Nel mio lavoro succede spesso. Le pazienti arrivano dopo aver letto, studiato, guardato video e fatto domande. Eppure si sentono perse. Perché manca un passaggio fondamentale: quello dal sapere al sentire.
Sentire è digerire
Ricevere un’informazione è come ingerire un boccone. Ma solo quando la mastichi, la digerisci e la assimili, quella informazione diventa parte di te.
Sentire è questo: un processo digestivo, emotivo, corporeo. Significa dare a ciò che ascolti lo spazio per vibrare dentro di te. Per provocare reazioni, dubbi, contrasti, desideri.
È un passaggio che non sempre viene previsto nei percorsi sanitari. L’informazione viene consegnata in modo standard, spesso senza chiedersi: “Come arriverà a questa persona? In quale storia andrà a depositarsi? Con quali traumi, timori o convinzioni dovrà dialogare?”
La confusione come segnale, non come colpa
Quando una persona riceve molte informazioni ma si sente più confusa di prima, tende a pensare: “Sono io che non capisco.”
In realtà, quella confusione è un campanello d’allarme. Sta dicendo: “Aspetta. Forse hai bisogno di più tempo. Di un linguaggio diverso. Di un contesto che accolga anche le tue emozioni.”
Nella cura, la fretta informativa è una forma di violenza gentile. Si presume che spiegare basti. Ma spiegare non è accompagnare. L’informazione deve essere relazionale, non solo tecnica. Deve lasciare spazio alla risonanza.
Cura non è performance
Questo vale nel parto, nei percorsi post-operatori, nella sessualità, nella riabilitazione del pavimento pelvico, nel dolore cronico.
Possiamo sapere che un esercizio serve. Ma se non lo sentiamo nostro, se non ne comprendiamo il senso dentro di noi, farlo diventa una performance. Una cosa da eseguire, non da vivere.
Possiamo sapere che il dolore ai rapporti ha un’origine muscolare. Ma se non ci sentiamo sicure, ascoltate, autorizzate a fermarci, quel sapere non ci libera. Ci costringe.
La differenza tra un corpo che partecipa e un corpo che obbedisce sta tutta qui: nella capacità di trasformare l’informazione in esperienza sentita.
Il ruolo del professionista
Qui entra in gioco la responsabilità di chi cura. Non basta fornire dati. Serve creare uno spazio in cui la persona possa sentire se quella informazione le appartiene, se è pronta ad accoglierla, se può davvero trasformarla in scelta.
E no, non parliamo di qualcosa di vago, o di spirituale, o di “basta crederci e tutto si sistema”. Sentire non è magia, non è pensiero positivo. È un processo corporeo, clinico, concreto. Serve attenzione, tempo, dialogo e contatto terapeutico reale.
Nel mio studio ogni gesto è spiegato. Ma soprattutto è autorizzato. Non perché me lo impone un protocollo, ma perché credo che solo nel rispetto e nell’ascolto reciproco possa avvenire una cura vera.
La mia esperienza mi ha insegnato che il corpo si rilassa solo quando si sente al sicuro. E si sente al sicuro solo quando viene ascoltato, non invaso. Non sorpreso. Non zittito da una raffica di informazioni che non hanno avuto il tempo di attecchire.
Dalla conoscenza alla scelta
Il passaggio cruciale è questo: quando un’informazione diventa sentita, allora può trasformarsi in scelta. E la scelta è ciò che rende la cura davvero personale, libera, autodeterminata.
Chi sceglie, partecipa. Chi subisce, esegue. E se l’informazione non ha avuto il tempo di diventare risonanza, la persona non sceglie: si adatta.
Nel tempo della medicina narrativa, dell’empatia e della personalizzazione, non possiamo più permetterci percorsi sanitari che non prevedano questo passaggio.
Più tempo, più corpo, più ascolto
La vera rivoluzione nella cura non è solo tecnologica o farmacologica. È umana.
Serve più tempo per ascoltare. Più spazio per sentire. Più libertà di fermarsi, chiedere, digerire.
Perché conoscere non basta. La testa capisce in un attimo. Ma è il corpo che ci guida. E per farlo, ha bisogno di tempo, fiducia e presenza, affinché mente e corpo inizino a viaggiare alla stessa velocità.
Migliorare si può. Ma solo se sai cosa fare. E soprattutto, se sai come ti senti davvero.

