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Mi è successo ieri.
Una chat su Messenger.
“Buongiorno, vorrei un’informazione…”, dice il messaggio.
Tono gentile, costruzione un po’ sbilenca di richiesta d’aiuto.
Chi lavora con l’ascolto, con le parole dette e soprattutto con quelle che non vengono dette, sviluppa una sensibilità speciale: l’orecchio interno per le dissonanze.
E infatti, qualcosa stonava.
Dopo poco, eccolo. Il vero contenuto.
Una foto pornografica.
Esplicita, inviata a freddo, senza contesto.
Un’immagine che non chiede nulla. Non cerca contatto.
Non apre. Invade.
Blocco. Segnalo.
Potrei anche lasciarla lì. E invece no.
Perché non è la prima volta.
E perché chi lavora ogni giorno con l’intimità, con i corpi, con la fiducia delle persone,
è esposto, spesso in silenzio, all’analfabetismo affettivo, all’ignoranza, all’invasione.
E questo episodio non lo leggo come un caso. Lo leggo come un segnale.
Un gesto che parla di qualcosa di più grande:
di una cultura che confonde il contatto con l’attacco, la libertà con l’indecenza, la cura con la disponibilità scontata
Un modo malato di intendere il corpo, il sesso, la libertà.
Viviamo immersi in un’idea di sessualità che non ha nulla a che vedere con l’intimità.
Una sessualità fatta di copioni. Di misure e prestazioni. Di frasi rubate ai porno e urla di piacere recitate a memoria.
Una sessualità che ha dimenticato la lentezza, la reciprocità, il sentire, la scoperta e si accontenta di gesti meccanici da inviare in chat, come la riproduzione di un set pornografico mal riuscito.
Una sessualità che non incontra.
Colpisce.
E allora no, non è trasgressione.
Non è libertà.
Non è neanche maleducazione.
È ignoranza relazionale.
È analfabetismo emotivo.
È l’illusione che l’erotismo sia esibizione.
Che l’intimità sia qualcosa che si prende, non qualcosa che si offre.
E quando questo gesto viene rivolto a una professionista della cura, non è più solo un disturbo.
Diventa un messaggio preciso:
“Ti tolgo il camice. Ti invado.”
Una forma sottile (ma non troppo) di violenza digitale.
Un modo per mettere a tacere, per ridurre la voce al corpo, e il corpo a oggetto.
Ma il corpo, quello vero, non quello dei porno, non quello delle chat invadenti, non è un trofeo da mostrare.
È una casa. Un tempio. Un archivio vivente.
Un confine. Un linguaggio. Un luogo sacro.
E come tale va trattato.
Nel mio lavoro creo spazi sicuri.
Ogni giorno.
Con le mani. Con le parole. Con i silenzi.
Spazi in cui il corpo può finalmente respirare.
In cui il dolore può essere nominato.
In cui la vergogna, il giudizio e i sensi di colpa possono sciogliersi.
E anche online, cerco di fare lo stesso: costruire un territorio in cui il corpo venga rispettato.
Non esibito. Non frainteso.
Protetto.
Per questo ne parlo.
Perché non si tratta solo di fastidio. Si tratta di cultura.
E perché le cose non cambiano se le lasciamo passare.
Cambiano quando le raccontiamo.
E se succede anche a te?
Sappi che puoi, e devi, proteggerti.
A volte si resta zitte.
Perché si ha paura di sembrare esagerate, paranoiche, esposte.
Perché si pensa che tanto “non sia successo niente”.
Ma qualcosa è successo.
E se ti sei sentita invasa, non è un’impressione. È un confine violato.
E sì: puoi agire. Anche adesso.
Ecco cosa fare, in ordine:
- Non cancellare nulla subito.
Respira. Fai uno screenshot della conversazione, inclusi data, ora, nome profilo, contenuti ricevuti. - Copia il link del profilo.
Anche se Facebook lo rimuove, conservarlo può essere utile per le autorità. - Segnala l’accaduto alla Polizia Postale:
tramite il sito www.commissariatodips.it/segnalazioni o via email alla sede locale (es. padova@poliziapostale.it). - Solo dopo, segnala e blocca su Facebook.
Segnala il profilo per “contenuti sessuali non richiesti” o “profilo falso”. - Limita chi può contattarti su Messenger:
Impostazioni > Privacy > Chi può inviarti messaggi > imposta su “Solo amici” o “Amici di amici”.
E ora, lasciami chiudere come merita.
A chi si prende la briga di costruire un profilo finto per inviare una foto porno,
non posso dire altro che questo:non è trasgressivo.
Non è ribellione.
Non è nemmeno volgare.
Ma solo infinitamente noioso.E la noia travestita da provocazione che sa di stantio,
è l’unica cosa davvero indecente che resta di tutto questo.Si nomina.
Si denuncia.
E si scrive.
Con stile. Con voce. Con forza.

