
Dolore pelvico cronico: perché “rilassati” è il consiglio sbagliato
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14 Aprile 2026Il dolore pelvico cronico senza ipertono del pavimento pelvico è una condizione che spesso sfugge alla diagnosi o viene mal interpretata.
Più volte, dopo mesi di esercizi di rinforzo (Kegel, rinforzo degli adduttori, uso del ring nel Pilates, bande elastiche, ecc), la paziente arriva in studio con il dolore peggiorato e racconta la stessa storia: “Mi hanno detto che avevo un ipotono. Che dovevo rinforzare.”
Non è sempre sbagliata l’osservazione di una debolezza apparente.
È spesso sbagliato considerarla il punto di partenza terapeutico, senza chiedersi perché il pavimento pelvico non risponde.
Cosa significa “dolore pelvico senza ipertono”?
Nel dolore pelvico cronico esiste un profilo clinico che viene regolarmente frainteso:
un pavimento pelvico che fa male – durante i rapporti, durante la defecazione, in certi momenti del ciclo – ma che alla valutazione non mostra la tensione che tutti si aspetterebbero di trovare.
Non c’è ipertono palpabile, non c’è resistenza muscolare. A volte c’è persino un quadro che sembra di ipoattività.
La domanda che mi pongo è questa:
“Come può fare male qualcosa che non c’è abbastanza?“
La risposta sta nella distinzione tra:
– debolezza muscolare vera (mancanza di capacità contrattile);
– inattivazione adattiva (il tessuto è “acceso” ma il sistema lo tiene silenzioso per proteggere).
Due situazioni che, alla valutazione, possono apparire simili, ma che hanno origini e bisogni terapeutici molto diversi.
Il paradosso del tessuto che fa male ma non è teso
Quando il pavimento pelvico è percepito come ipoattivo ma la paziente segnala dolore intenso, il rischio è pensare:
1- “Non è abbastanza forte, quindi devo rinforzarlo”;
2- oppure “non sento nulla, quindi devo spingere di più”.
In questo approccio, il rinforzo e la pressione possono diventare un menu di sovraccarico, non di ri‑abilitazione.
Il tessuto che non risponde lo fa non perché è semplicemente debole, ma perché è stato “scelto” di essere silenzioso dal sistema nervoso.
Il freeze del sistema nervoso
Stephen Porges, neuroscienziato e autore della Teoria Polivagale, descrive una terza risposta del sistema nervoso di fronte a una minaccia percepita come insormontabile:
non solo fight (combattere) e flight (fuggire), ma anche freeze (congelamento).
In questo stato, il sistema nervoso autonomo attiva quello che Porges chiama shutdown dorsovagale — immobilizzazione, disconnessione, silenzio.
Nel podcast lo descrivo come effetto Opossum, l’opossum di fronte al pericolo non scappa ne attacca, ma finge di essere morto.
Non è, in sé, una patologia. È il sistema che fa esattamente quello per cui è stato costruito: proteggere attraverso il silenzio quando tutto il resto non sembra più possibile.
Nel pavimento pelvico, questo si traduce in un tessuto che appare ipoattivo, calmo, morbido — ma non è un tessuto “pulito” o “pronto al lavoro”.
È un tessuto che ha imparato a non rispondere perché rispondere sembrava pericoloso.
Forzare l’attivazione in questo contesto — con un ring, con esercizi di rinforzo, con qualsiasi strumento che “carica” un tessuto che non è pronto, raramente produce forza.
Spesso produce resistenza.
A volte produce più dolore.
La fascia pelvica: un organo di senso
Un elemento che quasi sempre viene ignorato in questi percorsi è la componente fasciale.
Carla Stecco, anatomista e ricercatrice, ha documentato che la fascia pelvica non è un semplice contenitore dei muscoli.
È un tessuto connettivo continuo, ricchissimo di meccanocettori e altamente innervato.
È, a tutti gli effetti, un organo di senso.
La fascia risponde a:
• stimoli lenti,
• variabili,
• multidirezionali.
Non risponde bene alle contrazioni isolate e forzate che caratterizzano il rinforzo muscolare standard.
La relazione tra gli adduttori e il pavimento pelvico — quella che si cerca di sfruttare con il ring — non è un collegamento diretto.
È una conversazione fasciale indiretta, che dipende da come l’intero sistema posturale e fasciale è organizzato in quel momento.
Cercare di rieducare il pavimento pelvico ignorando la componente fasciale è come cercare di accordare uno strumento intervenendo solo su una corda.
Il suono non sarà mai armonico.
Cosa cambia nell’approccio? Dal rinforzo alla presenza
Nel Percorso B del Metodo PelvisAbility — che chiamo inattivazione adattiva — l’obiettivo non è la forza, ma la presenza.
Prima si lavora sull’integrazione neurofasciale:
• Respirazione come primo strumento di carico fisiologico (non “da palestra”, ma da organismo che si regola);
• Integrazione sensoriale per riaccendere i recettori fasciali senza innescare la risposta difensiva;
• Micro‑attivazioni che cercano la fluidità del tessuto invece della contrazione massimale.
Solo quando il sistema ha ricevuto abbastanza segnali di sicurezza (e il corpo “capisce” che può muoversi senza rischio) si introduce il carico progressivo.
Il segnale clinico che il sistema sta rispondendo non è la forza, ma l’elasticità:
il tessuto mantiene la forma, ma diventa capace di rispondere, di adattarsi, di tornare.
Quella è la vita che rientra in una zona che l’aveva dimenticata.
Se hai provato a rinforzare e il dolore è peggiorato.
Se sei arrivata qui dopo mesi di esercizi di rinforzo e il dolore è peggiorato, non significa che hai fallito.
Vuol dire che hai usato un linguaggio (quello della forza) che il tuo corpo non era ancora pronto ad ascoltare.
La sicurezza precede sempre la performance.
Prima il tessuto deve imparare a essere presente.
Solo dopo potrà imparare a essere forte.
Riferimenti scientifici e approfondimenti
• Porges SW — The Polyvagal Theory, W.W. Norton & Company, 2011
• Stecco C et al — Functional Atlas of the Human Fascial System, Elsevier, 2015
Per approfondire, puoi ascoltare l’Episodio 5 di PelvisAbility Podcast — “Ma allora non sono pazza” . Il dolore che nessuno ti spiega – disponibile su Spotify e YouTube.

