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14 Maggio 2025Negli ultimi tempi mi è capitato più volte di ricevere proposte da aziende e centri che promuovono trattamenti per il “benessere intimo femminile”.
L’ultima che ho ricevuto proponeva un protocollo di trattamenti a base di peeling, radiofrequenza, ossigenoterapia e sieri idratanti, pensato per “restituire equilibrio e vitalità ai tessuti femminili”.
La proposta era un mix tra un approccio estetico ma quasi terapeutico. Eppure, tra le righe, emergevano elementi che mi hanno sollevato dubbi importanti. Da lì è nata l’esigenza di condividere queste riflessioni.
Cosa intendiamo quando parliamo di cura dell’intimità?
È un bene che oggi si parli più apertamente di vulva, perineo, dolore, secchezza.
Per troppo tempo questi temi sono stati taciuti, ignorati o stigmatizzati.
Ma quando una parte del corpo riemerge dal silenzio, può diventare anche terreno fertile per medicalizzazioni affrettate, estetizzazioni non necessarie, o promesse commerciali camuffate da cura.
Per questo è fondamentale fare chiarezza.
Estetica, benessere, trattamento terapeutico: non sono la stessa cosa
Oggi molti trattamenti vengono proposti per “migliorare l’intimità” o “favorire il benessere vulvare”.
Parliamo di radiofrequenza, sieri rigeneranti, peeling e altri trattamenti topici.
È importante sapere che si tratta, in genere, di:
- trattamenti tessutali con finalità cosmetiche o di comfort soggettivo,
- non di terapie cliniche fondate su diagnosi e protocolli sanitari validati.
Questa distinzione è essenziale per evitare confusione, false aspettative e, talvolta, frustrazione.
Riabilitazione del pavimento pelvico Vs trattamento superficiale tissutale
La riabilitazione del pavimento pelvico è un intervento terapeutico che coinvolge:
- muscoli perineali (valutazione, tonificazione, rilassamento),
- postura, respirazione, regolazione del sistema nervoso autonomo,
- educazione comportamentale e sessuale.
Include tecniche manuali, esercizi mirati, strategie di autocura guidata, spesso anche attraverso trattamenti endocavitari e lavoro integrato con altre figure sanitarie.
La riabilitazione non può essere ridotta all’applicazione di un prodotto.
E soprattutto, non può essere sostituita da un trattamento tessutale superficiale, per quanto ben confezionato.
Evidenze scientifiche: ancora troppo poche, spesso aziendali
Molte delle tecnologie oggi in commercio vantano studi “a supporto”.
Ma troppo spesso si tratta di:
- studi derivanti dalle aziende produttrici,
- pubblicazioni con campioni ridotti,
- assenza di gruppi di controllo o di follow-up a lungo termine.
Nel trattamento dell’atrofia vulvovaginale, ad esempio, alcune tecnologie sono in fase di studio, ma non ancora raccomandate universalmente nelle linee guida internazionali
Servono cautela e pensiero critico, non entusiasmo acritico.
Quando il marketing tocca corde intime
Molti messaggi promozionali ruotano attorno a temi delicati: vergogna, trascuratezza, desiderabilità, disconnessione.
Parole e immagini forti (come vulve “malate” o “rinate”) attivano paure profonde e un desiderio legittimo di sentirsi bene.
Ma attenzione: la salute non si costruisce facendo leva sulle insicurezze.
E il corpo non è un oggetto da “aggiustare”.
Il rischio della medicalizzazione commerciale dell’intimità
Proporre soluzioni “risolutive” a sintomi vaghi, senza inquadramento clinico, genera:
- ritardi nella diagnosi (es. neuropatie, lichen, vaginiti atipiche, ecc),
- confusione tra benessere e trattamento,
- nuove forme di pressione estetica sull’intimità.
Serve un approccio più sobrio, più etico e più fondato.
Come possiamo agire (da professioniste e da donne)
Educare e informare con rigore
Spiegare cosa è estetico, cosa è terapeutico, cosa è semplicemente marketing.
Distinguere competenze e ruoli
Non tutto può essere proposto da tutti.
La salute intima richiede lavoro in équipe: ostetriche, infermiere, ginecologhe, sessuologi, fisioterapiste, dermatologhe…
Verificare le fonti
Chiedere se gli studi sono indipendenti. Leggere linee guida. Dubitare delle promesse miracolose.
Personalizzare i percorsi
Ogni corpo è diverso. Ogni sintomo ha una storia. Le soluzioni efficaci nascono sempre da un ascolto autentico.
Sì alla cura, no alle scorciatoie
Prendersi cura dell’intimità è importante.
Ma perché questa cura sia efficace, deve essere:
- ascoltata,
- contestualizzata,
- guidata da evidenze,
- orientata da un’etica professionale chiara.
Non servono soluzioni facili.
Serve un lavoro integrato, rispettoso, fondato.
Perché il corpo femminile non ha bisogno di essere corretto.
Ha bisogno di essere accolto, capito e protetto.
Evidenze scientifiche: il nodo ancora aperto
Nel panorama attuale, uno degli aspetti più critici riguarda la mancanza di solide evidenze scientifiche indipendenti a supporto di molti trattamenti oggi proposti per il benessere intimo femminile.
Alcune tecnologie, come il laser CO₂ o l’Er:YAG vaginale, sono oggetto di studi clinici per applicazioni selezionate – ad esempio nel trattamento dell’atrofia vulvovaginale post-menopausale, in alcuni casi oncologici o nel lichen sclerosus.
Per altri trattamenti oggi ampiamente pubblicizzati nel mondo dell’estetica vulvare e del benessere intimo, le evidenze sono ancora più scarse. Parliamo, ad esempio, di:
- radiofrequenza vulvare,
- ossigenoterapia locale,
- peeling delicati perineali o vulvari,
- sieri topici idratanti o rigeneranti.
In questi casi, si tratta spesso di pratiche non standardizzate, non regolamentate, per le quali le pubblicazioni disponibili:
- derivano principalmente da contesti non adeguatamente controllati
- oppure sono sponsorizzate da aziende produttrici, senza dati comparativi solidi.
In sintesi:
- Esistono studi scientifici pubblicati su:
- Laser CO₂ ed Er:YAG vaginale
- Effetti sulle mucose atrofiche
- Applicazioni in ambito ginecologico selezionato
(ma non in ambito estetico)
- Le evidenze indipendenti e clinicamente validate su:
- Radiofrequenza vulvare
- Ossigenoterapia locale
- Peeling perineali o vulvari
- Trattamenti topici commerciali
… sono molto limitate o inesistenti secondo le principali linee guida internazionali.
Parlare di intimità femminile in modo più aperto è un passo importante, necessario.
Ben vengano le nuove tecnologie, le possibilità di sentirsi meglio nel proprio corpo, la ricerca di comfort e benessere.
Ma non tutto ciò che è nuovo è automaticamente valido.
E non tutto ciò che “funziona per alcune” può diventare una regola per tutte.
Serve tempo, ricerca seria, confronto tra professionisti.
Serve la capacità di distinguere tra ciò che è promozione e ciò che è cura, tra ciò che è percezione e ciò che ha fondamenta cliniche.
Come professioniste e come donne, possiamo restare aperte al nuovo senza smettere di porci domande.
Accogliere, esplorare, ma con attenzione.
Con la responsabilità di non vendere certezze dove la scienza ancora cerca risposte.
E con il rispetto profondo per ogni corpo che ci affida la propria storia.

