
La Fascia, il Pavimento Pelvico e il legame nascosto
3 Febbraio 2025
Endometriosi: perché il dolore si diffonde in tutto il corpo?
5 Marzo 2025“Non riuscivo più a urinare da sola. Mi sembrava di aver perso il controllo del mio corpo.”
Queste sono le parole di Michela, una donna operata per endometriosi di quarto stadio, che dopo l’intervento si è ritrovata a dipendere completamente dagli autocateterismi quotidiani per svuotare la vescica.
Gli interventi per endometriosi possono essere molto complessi, specialmente nei casi di infiltrazione profonda che coinvolge organi come intestino, ureteri e vescica. Quando la patologia è estesa e richiede interventi importanti, possono verificarsi alterazioni temporanee o permanenti delle funzioni pelviche.
Dopo l’operazione, Michela ha eseguito controlli che hanno confermato la sua difficoltà a urinare spontaneamente. La diagnosi sembrava chiara: la sua vescica non funzionava più correttamente, e l’autocateterismo era diventato necessario.
Ma davvero non c’era alternativa?
La sua storia dimostra che quando si integra la competenza infermieristica con la riabilitazione del pavimento pelvico e l’osteopatia, si possono ottenere risultati sorprendenti.
Se mi fossi basata solo sulla riabilitazione del pavimento pelvico o soltanto sull’osteopatia, probabilmente Michela avrebbe impiegato molto tempo e non avrebbe avuto lo stesso recupero.
Il fattore tempo: quando intervenire per non rischiare di cristallizzare il deficit
Quando si parla di recupero post-operatorio, il tempo è una variabile complessa:
✅ Da un lato, il corpo ha bisogno di tempo per riprendersi. Un intervento importante come quello di Michela lascia il sistema nervoso e i tessuti in una condizione di shock e stupor. Valutare la funzionalità vescicale troppo presto può portare a diagnosi affrettate, perché il corpo non ha ancora avuto il tempo di riadattarsi.
❌ Dall’altro lato, però, è fondamentale non aspettare troppo. Se un deficit funzionale persiste senza ricevere i giusti input, rischia di cristallizzarsi nel corpo e diventare cronico. Una funzione non utilizzata o non stimolata per mesi può indebolirsi progressivamente fino a perdere la sua plasticità di recupero.
📌 Quando è il momento giusto per intervenire?
Dipende dal caso specifico, ma nella mia esperienza, un periodo che va dai 3 ai 6 mesi post-intervento è spesso il momento ideale per iniziare un percorso mirato, ovviamente con l’ok dello specialista di riferimento. Aspettare troppo senza fornire alcun stimolo può portare a un consolidamento del problema, mentre intervenire con le strategie giuste permette al corpo di recuperare nel modo più fisiologico possibile.
La complessità di Michela: non era solo vescica
Michela non solo aveva smesso di urinare spontaneamente, ma aveva anche interrotto completamente la sua vita sessuale, compreso l’autoerotismo, e aveva ridotto drasticamente il movimento.
Il risultato? Un corpo in blocco totale.
La funzione vescicale non è isolata. Quando parliamo di pelvi dobbiamo ricordare che si tratta di una unità neuro-mio-fasciale, per tale motivo è collegata a:
- la funzionalità intestinale,
- il movimento corporeo,
- la percezione sensoriale,
- la regolazione delle tensioni fasciali e nervose.
Michela non doveva solo svezzarsi dal catetere, ma riattivare tutto il sistema.
Il punto di svolta: l’Integrazione tra Infermieristica, Osteopatia e Riabilitazione
Se avessi lavorato solo sull’osteopatia o solo sulla riabilitazione, probabilmente Michela sarebbe rimasta dipendente dall’autocateterismo.
La mia competenza infermieristica ha fatto la differenza, permettendomi di:
✅ Monitorare il recupero con dati concreti sulla funzione urinaria.
✅ Stabilire una strategia di svezzamento basata sui feedback corporei.
✅ Insegnarle una gestione ottimale, finché faceva autocateterismo, per prevenire infezioni.
La riabilitazione e l’osteopatia hanno fatto il resto, supportando il corpo nel recupero globale.
I risultati: Michela torna a urinare spontaneamente
Dopo settimane di lavoro, il cambiamento è stato evidente:
- Ha ripreso a urinare spontaneamente.
- Il suo corpo ha recuperato lo stimolo naturale.
- Ha eliminato progressivamente l’autocateterismo.
- Non ha più avuto infezioni urinarie.
Oggi Michela non solo ha riacquistato la sua autonomia urinaria, ma ha recuperato fiducia nel proprio corpo.
Lo svezzamento dall’autocateterismo: un’area ancora poco esplorata
Oggi, lo svezzamento dall’autocateterismo non è ancora parte integrante dei protocolli di gestione delle disfunzioni urinarie post-operatorie.
📌 Non è il solo residuo post-minzionale a determinare lo svezzamento. Per alcuni specialisti, il limite accettabile di ristagno è 80 ml, per altri può arrivare a 100-140 ml. Questa variabilità di interpretazione rende difficile stabilire un criterio univoco.
✅ Il recupero minzionale non si basa solo sul ristagno, ma su un insieme di fattori:
- La capacità della vescica di contrarsi in modo efficace.
- La percezione sensoriale dello stimolo urinario.
- L’equilibrio tra funzione intestinale e funzione vescicale.
- La mobilità e la riduzione delle tensioni pelviche.
- La frequenza e la qualità delle minzioni spontanee.
Limitarsi a considerare solo il ristagno urinario come parametro decisionale rischia di far perdere opportunità di recupero funzionale. L’approccio deve essere multifattoriale, combinando il monitoraggio del residuo con la valutazione della qualità della minzione e della risposta neuromuscolare del pavimento pelvico.
L’importanza della comunicazione nel percorso di recupero
Nel percorso di recupero di un paziente, le parole contano tanto quanto le manovre terapeutiche. Ogni professionista che si prende cura di una persona con difficoltà urinarie post-operatorie dovrebbe essere consapevole che la comunicazione può diventare una leva potente per il miglioramento o, al contrario, una spada di Damocle che mina la fiducia e blocca il processo di guarigione.
Le parole possono favorire il recupero o ostacolarlo
Dire a un paziente “Questa è la tua nuova condizione, non puoi farci nulla” senza prima aver esplorato strategie di recupero, significa togliere ogni possibilità di miglioramento. Non è solo una questione di illusione o speranza, ma di realismo clinico: il corpo ha capacità di adattamento sorprendenti, e il modo in cui il paziente percepisce la sua condizione influisce direttamente sulle sue risposte fisiologiche.
Il team deve parlare la stessa lingua
Se ogni specialista coinvolto nel percorso dice cose diverse – o peggio, contrastanti – il paziente può sentirsi confuso, scoraggiato e perdere fiducia nel processo. Una visione condivisa è essenziale per garantire un recupero efficace.
Non distruggere il lavoro dell’altro professionista
Un aspetto critico è il rischio che qualsiasi operatore sanitario possa, con una sola frase, invalidare mesi di lavoro e progressi del paziente. Frasi come:
❌ “Non serve a nulla continuare con questi esercizi”
❌ “Ormai la tua situazione è questa”
❌ “Se dopo l’intervento non è tornato tutto come prima, non tornerà mai”
Possono creare una barriera mentale nel paziente, portandolo ad abbandonare il percorso di recupero.
Le parole giuste per un recupero efficace
Sono convinta che un approccio comunicativo consapevole fa la differenza:
Spiegare chiaramente la situazione, senza allarmismi inutili.
Riconoscere che ogni paziente ha tempi di recupero diversi.
Utilizzare parole che trasmettano possibilità e non sentenze.
Lavorare in squadra con un linguaggio coerente, rinforzando il valore di ogni intervento.
Il recupero è un percorso che richiede fiducia, tempo, competenza e un approccio integrato, in cui la visione di possibilità sia condivisa e supportata da tutto il gruppo di lavoro. Solo così ogni intervento sarà coerente, efficace e realmente finalizzato al miglioramento del paziente.
Il recupero un percorso guidato
Il corpo ha bisogno di tempo per recuperare, ma anche di stimoli precisi per non perdere la funzione.
Intervenire troppo tardi significa rischiare di consolidare il deficit.
Intervenire nei tempi e nel modo giusto può fare la differenza.
Se sei in una situazione simile, sappi che esistono strategie per aiutarti.
Il recupero è un percorso che richiede fiducia, tempo, competenza e un approccio integrato, in cui la visione di possibilità sia condivisa e supportata da tutto il gruppo di lavoro, affinché ogni intervento sia coerente e finalizzato al miglioramento reale del paziente.
✨ Perché migliorare si può, se sai cosa fare.

