
Il corpo cerca il peso: perché durante il ciclo ci rannicchiamo
16 Agosto 2026Cicatrice dopo cesareo, isterectomia, chirurgia addominale o pelvica: perché il corpo non sembra più tuo e come si lavora per ritrovarlo.
Comincio da me
Questa sono io, durante un corso di integrazione fasciale e sensoriale (FSI di Cesare Sartore).
Ho alle spalle quattro interventi. Alcuni sono cominciati in laparoscopia, con piccoli fori, e sono finiti in laparotomia, cioè con un taglio aperto sulla pancia.
Ogni volta ho cercato di avere pazienza. Sapevo che la sensibilità sarebbe tornata tardi e che il mio corpo avrebbe avuto bisogno di tempo per integrare quello che era successo, prima che potessi lavorarci sopra.
Non è mai stato facile. Ogni intervento è stato un inciampo: ti fermi, aspetti, riparti. E quell’attesa, l’ho imparato, non finisce quando il medico ti dà il via libera. Finisce quando senti che il tuo corpo è pronto a ripartire e ritorna a far parte di te.
Per anni è andata così. Mi fermavo, aspettavo, ripartivo: prima con il lavoro, poi con l’attività fisica, sempre attenta a quella parte di me. Massaggiavo le cicatrici, accarezzavo la mia pancia.
Poi è arrivato l’ultimo intervento, tre anni fa. È stato come la goccia che fa traboccare il vaso. Percepivo di non avere più il controllo del mio corpo come prima. In pratica non mi percepivo. Ho fatto fatica a ripartire con l’attività fisica, tra alti e bassi continui. Ho provato corsi in acqua e a terra, ginnastica posturale, ginnastica respiratoria. Sapevo che fermarmi non era un’opzione: non per l’estetica, per la salute.
L’integrazione del corpo dopo un intervento non è scontata. Non basta che la cicatrice si chiuda, non basta la pazienza e non basta nemmeno la buona volontà.
Nel video si vede bene. La forza non cresce nel giro di una sessione: quello che è cambiato è il modo in cui il mio corpo sentiva e usava quella parte. La pancia c’era, ma non partecipava.
Te lo racconto perché forse è anche la tua storia. Ti hanno detto che l’intervento è andato bene. Ed è vero.
Eppure ti guardi allo specchio e la tua pancia non sembra più la tua. In un punto non senti quasi niente, come se fosse addormentato. Poco più in là basta l’elastico dei pantaloni a darti fastidio. La cicatrice tira quando ti alzi dal letto, quando ti allunghi, quando ridi.
Pensi che dovresti ricominciare a camminare, a fare yoga, a muoverti. Ma non ti senti pronta, o pronto. Non è pigrizia: il corpo non ti risponde come prima, e non sai bene da dove ricominciare.
Se ti riconosci in queste righe, non te lo stai immaginando. Queste sensazioni hanno una spiegazione, e su molte di loro si può lavorare.
Una cicatrice non è solo un taglio
Per il tuo corpo una cicatrice grande o piccola che sia, è un’informazione nuova: qualcosa che deve imparare a leggere e a rimettere al suo posto.
Finché non ci riesce, fa quello che sa fare meglio: si protegge. Si irrigidisce, compensa, si chiude intorno a quel punto. Magari ti accorgi che cammini un po’ più curva o curvo, che respiri più in alto, che tieni la pancia in tensione senza volerlo. È il corpo che cerca di difendersi.
La fascia: il tessuto che sente
Per capire cosa succede, bisogna parlare della fascia: il tessuto che avvolge e collega muscoli, organi, nervi e vasi.
Per molto tempo è stata considerata una semplice pellicola, una specie di carta da imballaggio. Gli studi dell’Università di Padova, guidati da Carla Stecco, hanno cambiato questa idea. Oggi sappiamo che la fascia è riccamente innervata e partecipa al senso di posizione e movimento e alla percezione del dolore [1]. Per questo molti ricercatori la considerano un vero organo di senso. Nei tessuti alterati, poi, le terminazioni del dolore tendono ad aumentare [1].
Lo strato appena sotto la pelle, la fascia superficiale, è tra i tessuti più innervati del corpo: nelle misurazioni del gruppo di Padova viene subito dopo la pelle. Circa un terzo delle sue fibre nervose appartiene al sistema nervoso autonomo, quello che regola senza che ce ne accorgiamo temperatura, circolazione, digestione e livello di allerta [2]. Un taglio chirurgico sull’addome attraversa proprio questo strato.
Più in profondità c’è la fascia profonda, che avvolge i muscoli e li collega tra loro: è ricca di recettori che informano il cervello su posizione, movimento e dolore [1]. Negli interventi addominali il chirurgo attraversa anche questo strato per raggiungere gli organi, e poi lo richiude con dei punti.
C’è un altro dettaglio importante. Gli strati della fascia, per funzionare bene, devono scorrere l’uno sull’altro, come pagine leggermente oliate. A produrre e regolare quel lubrificante, l’acido ialuronico, sono cellule specializzate scoperte di recente, i fasciaciti [3]. Dopo un intervento, in alcuni punti quel lubrificante può diventare più denso, quasi colla [4]. Il tessuto scorre meno, tira, manda segnali confusi.
Se sei una donna, c’è anche un aspetto ormonale. Le cellule della fascia hanno recettori per gli estrogeni, e dopo la menopausa ne esprimono meno [5]. Gli estrogeni contribuiscono a mantenere il tessuto elastico e meno incline alla fibrosi. Quando un intervento cambia anche l’equilibrio ormonale, per esempio con l’asportazione delle ovaie, è ragionevole pensare che la fascia ne risenta. Su questo punto, però, la ricerca è ancora agli inizi.
Perché senti fastidio anche lontano dalla cicatrice
La fascia è una rete continua che attraversa tutto il corpo. Per questo un punto che non scorre raramente resta un problema solo locale.
Una cicatrice sulla pancia può farsi sentire nella schiena, nel respiro, nel pavimento pelvico, nel modo in cui ti siedi o ti alzi. Gli stessi ricercatori di Padova elencano le cicatrici chirurgiche tra le alterazioni della fascia che possono generare dolore [6].
Il corpo si riorganizza intorno alla cicatrice. A volte lo fa bene. Altre volte si organizza intorno alla protezione, e la protezione diventa rigidità, asimmetria, stanchezza.
Forse ti riconosci anche in questo
Non riesci a dormire bene. Dopo un intervento è molto comune, e più l’operazione è stata impegnativa più il sonno ne risente [7]. Ansia, dolore e farmaci fanno la loro parte, e il disturbo può durare settimane o mesi dopo il ritorno a casa. Dolore e sonno si alimentano a vicenda: si dorme peggio perché fa male, e fa più male perché si dorme peggio [7].
Il dolore non se ne va. Dopo un’isterectomia, per esempio, un dolore che persiste nei mesi successivi riguarda tra il 5% e il 32% delle donne, a seconda di come viene misurato [8]. Chi aveva già dolore prima dell’intervento, nella pelvi o altrove, è più a rischio [8]. Non è raro e non è colpa tua.
Senti il corpo a macchie. Zone ipersensibili accanto a zone addormentate. Come se la mappa del tuo corpo avesse dei buchi e, accanto, dei punti troppo rumorosi.
Il tuo corpo non sembra più tuo. Più l’intervento ha cambiato la tua architettura interna, più questa sensazione può essere forte. Le persone con una stomia, per esempio, descrivono un cambiamento profondo nel modo di guardarsi, vestirsi e stare con gli altri [9]. Lo raccontano spesso anche donne dopo un’isterectomia e persone con una neovescica.
L’energia c’è, ma non arriva. Dopo un intervento la fatica non dipende solo dai muscoli. Sonno spezzato, dolore e un sistema nervoso ancora in allerta consumano energia anche quando sei ferma o fermo [7]. Ti manca la spinta per muoverti, e non perché tu non voglia farlo.
Integrare, non cancellare
Te l’ho raccontato all’inizio: questa strada l’ho fatta anche io.
Una cicatrice non sparisce. Il taglio resta, il cambiamento c’è stato, a volte anche un’aderenza resta. E resta quello che hai attraversato.
Ma una cicatrice si può integrare. Può tornare a far parte del tuo modo di respirare, di muoverti, di sentirti. Può smettere di essere una linea che divide la tua vita in un prima e un dopo, o il tuo corpo in una parte che senti e una che non riconosci.
L’obiettivo è questo: ritrovarti di nuovo intera, intero. Non più divisa in pezzi.
Come lavoriamo insieme
Dopo un intervento pelvico o addominale, lavorare sulla fascia non è un extra: fa parte del percorso.
Partiamo dalle basi. Non ha senso chiederti di correre se il corpo non ha ancora ritrovato le fondamenta. Prima viene la libertà di movimento, poi la stabilità, poi tutto il resto. Pensa a una piramide: senza una base larga, non sta in piedi.
Per ricostruire quella base passiamo dai sensi, una porta alla volta:
- Il tocco. Lento, leggero, sempre concordato con te. È il primo messaggio che dice al tuo corpo: qui sei al sicuro.
- Lo sguardo. Guardare la cicatrice, a volte per la prima volta davvero. E usare punti di riferimento visivi mentre ti muovi.
- Il ritmo. Il respiro, la cadenza di un gesto, la ripetizione. Il corpo ritrova ordine attraverso ritmi prevedibili.
- L’ascolto. Del respiro, della voce, di quello che senti dentro.
Poi, passo dopo passo, rimettiamo insieme i pezzi: la cicatrice nella pancia, la pancia nel respiro, il respiro nel pavimento pelvico, il pavimento pelvico nei gesti di ogni giorno.
Test ed esercizi a casa: la parte che fa la differenza
Partiamo sempre da test concreti: come scorre la cicatrice, dove la senti e dove no, come respiri, come ti muovi, come funzionano vescica e intestino. Li ripetiamo nel tempo, così vediamo insieme cosa cambia davvero, anche nelle settimane in cui ti sembra tutto fermo.
Poi ci sono gli esercizi a casa. Te lo dico come terapeuta e come paziente: non sono un compito in più. Sono il modo in cui il cambiamento esce dalla stanza del trattamento ed entra nella tua vita. Il corpo impara ripetendo, e impara meglio quando sei tu a toccarti, a muoverti, ad ascoltarti.
Funziona davvero?
Le ricerche sono incoraggianti, anche se non ancora definitive.
Una meta-analisi sul trattamento fisico delle cicatrici ha trovato miglioramenti di dolore, prurito, elasticità e spessore del tessuto [10]. In molti studi, però, i partecipanti sapevano quale trattamento ricevevano, e questo può gonfiare i risultati.
Negli studi sulle aderenze addominali, il lavoro manuale sui tessuti ha ridotto il dolore e migliorato funzione e qualità di vita [11]. Gli studi inclusi sono solo nove, spesso piccoli.
In uno studio su 28 donne con dolore cronico dopo cesareo, quattro sedute di lavoro manuale hanno ridotto il dolore e migliorato la mobilità della cicatrice [12].
Quando iniziare
Prima dell’intervento, se puoi. Conoscere il tuo corpo mentre stai ancora bene rende la ripresa più semplice.
Dopo l’intervento, sulla cicatrice si lavora solo quando è ben chiusa e il chirurgo ha dato il via libera. Nel frattempo possiamo già lavorare su respiro, sonno e movimento.
Anni dopo: non è troppo tardi. Anche una cicatrice vecchia può tornare a far parte di te.
Rivolgiti subito al medico se noti arrossamento, calore, secrezioni, febbre, una cicatrice che si riapre o un gonfiore nuovo, soprattutto se compare sotto sforzo o quando tossisci.
Domande frequenti
Il trattamento della cicatrice fa male? No, non deve. Lavoriamo sempre sotto la soglia del dolore. Può esserci una sensazione di tensione o di calore, ma sei tu a dire quando fermarci.
La mia cicatrice ha dieci anni. Ha senso lavorarci? Sì. Una cicatrice vecchia può ancora cambiare nel modo in cui scorre e in cui la senti. Lo studio sul cesareo citato sopra ha coinvolto donne con dolore cronico, quindi con cicatrici non recenti [12].
Ho paura di toccarla. È normale? È molto comune. Per questo si parte con calma, a volte solo guardandola, poi toccando intorno. I tempi li decidi tu.
Lavori anche con gli uomini? Sì. Seguo uomini dopo prostatectomia, chirurgia del retto e cistectomia: anche per loro la cicatrice, il respiro e il pavimento pelvico vanno rimessi insieme.
Se vuoi approfondire
Se il tuo intervento è tra questi, ho scritto una pagina dedicata:
- Dopo un intervento al retto o la chiusura della stomia
- Dopo cistectomia e neovescica
- Dopo un intervento per endometriosi profonda
Se il tuo corpo non ti sembra ancora tuo e senti il bisogno di parlarne, puoi scrivermi. Partiamo da quello che hai vissuto.
Bibliografia
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Stecco C, et al. The fasciacytes: A new cell devoted to fascial gliding regulation. Clin Anat. 2018;31(5):667-676.
Stecco A, et al. Densification: Hyaluronan Aggregation in Different Human Organs. Bioengineering. 2022;9(4):159.
Fede C, Albertin G, Petrelli L, Sfriso MM, Biz C, De Caro R, Stecco C. Hormone receptor expression in human fascial tissue. Eur J Histochem. 2016;60(4):2710. Link
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Hueso-Montoro C, Bonill-de-las-Nieves C, Celdrán-Mañas M, Hernández-Zambrano SM, Amezcua-Martínez M, Morales-Asencio JM. Experiences and coping with the altered body image in digestive stoma patients. Rev Lat Am Enfermagem. 2016;24:e2840. DOI
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